Nel corso della mia continua formazione mi sono imbattuta in un libro molto interessante “Apprendere
dall’esperienza” scritto da Luigina Mortari.
Nel testo, principalmente dedicato alla figura dell’educatore, si affronta però una tematica che può
riguardare chiunque: la necessità di pensare riflessivamente a ciò che facciamo e quindi “pensare le azioni”.
Non vi è dubbio che per svolgere qualsiasi tipo di professione sia necessario avere delle conoscenze e
competenze specifiche e quindi conoscere la materia e saper padroneggiare le varie teorie acquisite durante
gli anni di formazione.
Nel caso dell’educatore, oltre ovviamente ad avere una conoscenza nel campo delle scienze della formazione
e non solo, è necessario “maturare la capacità di leggere criticamente la specificità del contesto in cui si agisce per valutare quali risorse e limiti presenta rispetto al fine cui mirare” ( 1 ).
Ogni educatore opera in un contesto specifico con casi unici e particolari ai quali è difficile applicare
rigidamente teorie e protocolli appresi.
Questo non significa che avere delle solide basi non sia necessario, esistono infatti delle teorie psicologiche,
pedagogiche, sociali che ogni operatore ben formato deve assolutamente conoscere per operare nel migliore
dei modi.
Nella mia esperienza personale come operatrice all’interno della Comunità Educativa in cui opero (La Casa sull’Albero), ho sempre ritenuto importante affidarmi a teorie classiche quali la “Teoria dell’attaccamento” di John Bowlby utile per comprendere lo stile di attaccamento del bambino e poter successivamente pianificare degli interventi mirati all’interno del Progetto Educativo Individualizzato.
Così come fondamentale è la conoscenza delle teorie comportamentiste, base per i diversificati protocolli
utilizzabili con bambini e ragazzi con problemi comportamentali vari.
Ogni operatore ha poi un’esperienza formativa specifica e ha approfondito alcune tematiche piuttosto che
altre ma credo che tutti possano concordare nel dire che oltre a quanto citato sopra, quindi il sapere tecnico,
sia necessario, per svolgere la professione educativa, un sapere prassico, che ha a che fare con la saggezza
educativa.
La saggezza educativa come definita dalla Mortari è la disposizione a cercare l’azione che meglio consente
di conseguire ciò che è ritenuto cosa buona rispetto all’obiettivo di favorire la miglior formazione possibile.
L’educatore è un pratico, egli agisce l’azione educativa ma tale agire deve essere affiancato non solo da teorie
note ma anche da teorie elaborate dalla pratica stessa e quindi da “prassi”.
Le buone prassi derivano quindi dall’esperienza intesa come vissuto che diventa oggetto di attenta
riflessione. Questo significa che il vissuto non deve solo accadere e “scivolare” ma deve essere “messo in
parola” e gli va attribuito un significato.
L’esperienza quindi prevede l’intervento di un pensare riflessivo, di un atteggiamento di ascolto nei confronti
dell’esterno ma anche di se stessi, questo permette di trasformare l’esperienza in competenza.
Secondo Hanna Arendt, l’educazione non è improvvisazione né tecnicismo né spontaneismo ma l’educatore
è un professionista riflessivo che progetta ma non programma.
La base della riflessione della Mortari può essere ritrovata nel pensiero Socratico e quindi nella massima “So
di non sapere”, pertanto continuamente mi interrogo, metto in dubbio ciò che conosco, sostengo l’incertezza.
La teoria elaborata da Schon, sulla pratica riflessiva, individua due livelli di riflessione:
Il pensare a ciò che si fa e il pensare i pensieri.
Il pensare a ciò che si fa può avvenire in action quindi nel corso dell’azione, oppure on action, successivamente all’azione.
Pensare in azione significa attivare quell’attenzione vigile che permette di cogliere immediatamente
situazioni incerte e problematiche, fermarsi e pensare, quindi sospendere l’azione e interrogarsi, pertanto
rimanere anche nell’incertezza e saperla sostenere per poi agire e salvare l’azione.
Pensare sull’azione significa invece pensare in profondità e capire che cosa ha spinto verso quella
determinata direzione l’agire.
Il pensare i pensieri può essere definita una meta-riflessione, cioè la capacità di pensare a come abbiamo
sviluppato la nostra teoria.
Uno strumento utile allo scopo di favorire processi riflessivi per se stessi ma anche per gli altri operatori, ed
utilizzato nella nostra pratica presso la Comunità Educativa in cui opero è il Diario di Bordo.
Il Diario di Bordo è un software che permette di annotare quotidianamente quanto accade all’interno della
struttura e non solo con l’obiettivo di aggiornare i colleghi del turno successivo ma anche di indirizzare verso
riflessioni quotidiane del proprio agire educativo.
Oltre al Diario di Bordo, la riunione di équipe settimanale e la supervisione con lo psicologo effettuata una
volta al mese, sono per noi educatori spazi di condivisione che sostengono la pratica dell’agire riflessivo.
Oggi più che mai in questo momento storico di grande incertezza, svolgere il lavoro educativo è sempre più
difficile in particolare perché non esistono protocolli e teorie alle quali attenersi per sostenere i minori
durante una pandemia globale. In questo momento, il pensare riflessivo diviene utile per sviluppare delle
nuove e buone prassi che entreranno a far parte dell’agire educativo.
Possiamo affermare di trovarci in una condizione nuova, mai sperimentata e pertanto come educatori di
Comunità leggiamo il contesto e le criticità del momento e cerchiamo di realizzare gli obiettivi tenendo in
considerazione limiti e risorse, proprio come suggerito dalla Mortari.
Il nostro agire oggi, se pensato e riflettuto acquisirà significato, potrà essere utile per le teorie di domani e
soprattutto sarà un agire consapevole.

Silvia Piredda, Psicologa ed Educatrice

 

*(1):  Apprendere dall’esperienza, Luigina Mortari, Carocci Editore (2003)

Articolo: “Pensare l’esperienza”

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